Dietro ogni servizio digitale c’è un’infrastruttura fisica fatta di server, reti, sistemi di sicurezza e impianti di raffreddamento. Per funzionare, questa infrastruttura ha bisogno di energia continua e misurabile. È per questo che, per un operatore di data center, la scelta delle fonti energetiche non è un tema accessorio: incide sul modo in cui vengono progettati, costruiti e gestiti i servizi digitali lungo l'intera filiera.
Perché un operatore di data center investe in centrali idroelettriche
Ogni email inviata, ogni pagamento online, ogni richiesta a un assistente digitale ci appare priva di peso fisico. In realtà ciascuna di queste operazioni viene eseguita da infrastrutture digitali reali: i data center, all'interno dei quali sono ospitati i server (cioè i computer che elaborano e conservano i dati) insieme a reti di trasmissione, sistemi di sicurezza e impianti di raffreddamento.
Un operatore di data center non gestisce quindi solo spazi tecnologici. Progetta, costruisce e governa ambienti complessi che devono garantire
continuità, sicurezza, controllo dei consumi e affidabilità nel tempo. In questa prospettiva, l’energia diventa un componente strutturale.
Con la crescita del cloud e delle applicazioni di intelligenza artificiale, il consumo energetico dei data center è destinato ad aumentare. Per dare la misura del fenomeno, secondo l’Energy & Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, la capacità complessiva dei data center in Italia era di 609 MW nel 2025 e potrebbe raggiungere 2,3 GW entro il 2035 nello scenario più probabile, fino a 4,6 GW in quello più estremo. Quando la domanda di energia cresce a questi ritmi, diventa fondamentale capire da dove arriva quell’energia e come viene prodotta.
È qui che entra in gioco il modello del
prosumer, un soggetto che è al tempo stesso produttore e consumatore di energia. Un operatore che possiede impianti rinnovabili non si limita ad acquistare elettricità dal mercato, ma ne genera una parte direttamente e la usa per alimentare la propria infrastruttura.
Aruba si colloca in questa categoria:
produce energia dai propri impianti idroelettrici e fotovoltaici e la impiega per i data center, coprendo circa la metà del fabbisogno dell'azienda (il resto è acquistato con Garanzia di Origine da fonti rinnovabili certificate). In questo modo interviene a monte della filiera digitale, sull’infrastruttura comune che abilita cloud, applicazioni, servizi online e soluzioni di intelligenza artificiale.
Cosa significa "energia rinnovabile certificata"
Vale la pena chiarire alcuni termini che spesso vengono usati come sinonimi ma non lo sono.
Per
energia rinnovabile si intende l'elettricità generata da fonti che si rigenerano naturalmente e non si esauriscono con l'uso: acqua, sole, vento. Le centrali idroelettriche sfruttano la prima, gli impianti fotovoltaici la seconda. Si parla anche di
energia pulita o
carbon-free perché la produzione, a differenza di quella da combustibili fossili come gas o carbone, non comporta emissioni dirette di anidride carbonica.
Il punto più delicato riguarda la parola "certificata". Esistono due modi per un'azienda di alimentarsi a energia rinnovabile. Il primo è
acquistare la Garanzia di Origine (il certificato elettronico regolato a livello europeo e gestito in Italia dal Gestore dei Servizi Energetici)
da fonti rinnovabili.
Il secondo modo è produrre direttamente l'energia, costruendo o acquisendo gli impianti. Dietro ogni kilowatt generato da una centrale ci sono investimenti reali nello sviluppo, nella costruzione e nella manutenzione, e talvolta nel recupero di infrastrutture storiche. Aruba combina le due strade: produce energia rinnovabile dai propri impianti idroelettrici e fotovoltaici, e per la quota di fabbisogno che questa non copre acquista energia con Garanzia di Origine
certificata. Per le imprese e la Pubblica Amministrazione che ne usano i servizi, questo significa portare i propri dati su un'infrastruttura alimentata da energia rinnovabile reale, in parte prodotta direttamente e in parte garantita da titoli certificati.
Le 11 centrali: dove sono e come si è formato il network
Il percorso di Aruba nell'idroelettrico inizia nel 2020, con l'investimento in Idroelettrica Veneta e l'ingresso di quattro centrali, che si aggiungono all'impianto già presente nel campus di Ponte San Pietro (BG). Nel 2023 si aggiungono due centrali nell'area bergamasca. Nel 2024 viene riattivata una centrale storica a Melegnano (MI), risalente ai primi del Novecento, riportata in funzione con un intervento di restauro conservativo e ammodernamento tecnologico, preservando cioè la struttura originaria e sostituendo solo i componenti ormai obsoleti.
Nel febbraio 2026 il network sale a 11 con l'acquisizione di tre impianti in Piemonte, sul fiume Stura di Lanzo, nei comuni di Cafasse (686 kW), Balangero (300 kW) e Lanzo Torinese (610 kW), per circa 1,6 MW che si aggiungono ai circa 10 MW preesistenti. Sono centrali con una lunga storia industriale: Cafasse e Lanzo Torinese sono attive dal 1922, Balangero dal 1923. Oltre un secolo di produzione continuativa, che con l'ingresso del Piemonte affianca i territori già presidiati di Lombardia, Veneto e Friuli in una logica di diversificazione geografica: distribuire gli impianti su bacini diversi riduce l'esposizione, per esempio, a una stagione siccitosa localizzata.
Un dettaglio tecnico utile a leggere correttamente i numeri: il dato di riferimento è la
potenza installata (circa 11,6 MW), cioè la capacità massima degli impianti, non la quantità effettivamente prodotta in un anno. Quest'ultima dipende infatti dalla disponibilità d'acqua, che varia di stagione in stagione e di annata in annata. È una caratteristica propria dell'idroelettrico, ed è il motivo per cui nel settore ci si confronta sulla potenza installata.
La mappa completa comprende, oltre ai tre nuovi impianti piemontesi: Ponte San Pietro (BG) sul Brembo, le centrali di Paladina e Ponte Briolo (BG) sempre sul Brembo, Melegnano (MI) sul Lambro, Chiuppano e Calvene (VI) sull'Astico, e Pontebba (UD) sul Fella.
Come funziona un impianto: l'esempio di Ponte San Pietro
Il campus del Global Cloud Data Center di Ponte San Pietro è l'esempio più compiuto di come Aruba integra produzione di energia e infrastruttura digitale. Sorge nell'area dell'ex cotonificio Legler e affianca alla centrale idroelettrica sul fiume Brembo un sistema di raffreddamento che sfrutta l'
acqua di falda, cioè l'acqua presente naturalmente nel sottosuolo. Il principio è lineare: l'acqua viene prelevata a una temperatura compresa tra i 9 e i 15 gradi, usata per raffreddare le sale dati e poi reimmessa in falda nel rispetto dei parametri termici consentiti, senza alterarne la composizione. Questo metodo, noto come
free cooling, riduce il ricorso ai sistemi meccanici di refrigerazione, fra i componenti più energivori di un data center.
Su questo sito è stato compiuto di recente un ulteriore intervento: l'installazione di una terza turbina nella centrale interna al campus, che ne aumenta la capacità produttiva e la quota di energia verde generata in loco.
All'idroelettrico si affianca il
fotovoltaico, cioè la produzione di elettricità dalla luce solare tramite pannelli. Tutti gli edifici del campus di Ponte San Pietro sono rivestiti da pannelli solari di nuova generazione; anche il data center campus di Roma dispone di impianti fotovoltaici su tutte le superfici e coperture con adeguata esposizione.
Green-by-design: la sostenibilità entra già nel progetto
Un elemento distintivo del modello Aruba è l'approccio
green-by-design: l'efficienza energetica non viene aggiunta dopo la costruzione, ma è un criterio di progettazione fin dall'origine. In pratica, incide già sulla scelta del sito, valutando elementi come la disponibilità di energia, l'accesso a risorse utili al raffreddamento (come le falde acquifere), l'esposizione solare e la vicinanza a impianti di produzione rinnovabile.
Su queste basi si innestano scelte ingegneristiche precise: sistemi di
liquid cooling, che raffreddano i processori facendo circolare un fluido direttamente sui chip – più efficiente del raffreddamento ad aria quando i carichi di calcolo sono molto alti – e una compartimentazione avanzata dei flussi d'aria, che evita il mescolamento tra aria calda e fredda. A governare l'insieme intervengono il
Building Management System (BMS) e l'Energy Management System (EMS): piattaforme software che monitorano in tempo reale, rispettivamente, gli impianti dell'edificio e i consumi energetici, permettendo di ottimizzarli di continuo. L'efficienza, in questa logica, non è un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un parametro misurato e migliorato costantemente attraverso reportistica e analisi dei dati.
Gli impianti di Aruba sono validati: le certificazioni
ISO 50001 (gestione dell'energia) e
ISO 14001 (gestione ambientale), la
ISO 22237 (sicurezza ed efficienza dei data center) e la conformità al
Codice di Condotta UE sull'efficienza energetica dei data center. Sono riferimenti che attestano, tramite audit di soggetti terzi, l'adozione di processi documentati e verificabili.
Energia rinnovabile e intelligenza artificiale
Il rapporto tra energia, data center e intelligenza artificiale è sempre più stretto. L’AI richiede infrastrutture con una densità di calcolo molto superiore rispetto ai servizi digitali tradizionali: non solo più server, ma
rack capaci di assorbire più potenza IT e sistemi di raffreddamento adeguati a carichi più concentrati.
Per questo
la sostenibilità dell’AI dipende anche dall’infrastruttura che la ospita: da come viene alimentata, da come distribuisce l’energia, da come dissipa il calore e da quanto trasforma la potenza assorbita in capacità di calcolo utile.
In questo scenario, energia rinnovabile e data center efficienti sono due parti della stessa strategia. Usare applicazioni AI su un’infrastruttura alimentata da fonti rinnovabili prodotte e certificate non elimina l’impatto energetico dell’AI, ma
rende più governabili i consumi sulla base di scelte industriali verificabili: produzione rinnovabile, efficienza, raffreddamento e progettazione coerente con i nuovi carichi digitali.
Una responsabilità di filiera e gli impegni di settore
La sostenibilità del digitale non dipende da un solo attore. Aruba porta il proprio contributo – produzione diretta di energia rinnovabile e infrastrutture efficienti – ma l'impatto complessivo della filiera ICT dipende anche dalle scelte di fornitori, partner e utenti finali, fino ai comportamenti quotidiani di chi usa la rete.
Su questo terreno, la strategia di Aruba è allineata al
Climate Neutral Data Centre Pact, l'iniziativa europea nata nel 2021 con il sostegno della Commissione europea, che impegna gli operatori a rendere i propri data center climaticamente neutri entro il 2030 con obiettivi misurabili su efficienza energetica, energia pulita, uso dell'acqua ed economia circolare. L'aumento della produzione da energia rinnovabile, come quella delle tre nuove centrali, rientra direttamente tra gli obiettivi del Patto, di cui Aruba è tra i membri fondatori. L'azienda aderisce inoltre alla
European Green Digital Coalition, iniziativa che promuove le tecnologie digitali come leva per la transizione sostenibile.